Zhang Huan

“The Body as Language”

Milano, Galleria Giampaolo Abbondio
(via Porro Lambertenghi 6)
20 Novembre 2020 – 16 Gennaio 2021

Galleria Giampaolo Abbondio // ZHANG HUAN THE BODY AS LANGUAGE

Milano | via Porro Lambertenghi 6

GALLERIA GIAMPAOLO ABBONDIO
DAL 20 NOVEMBRE 2020 AL 16 GENNAIO 2021

LA MOSTRA
ZHANG HUAN

THE BODY AS LANGUAGE
curated by Flavio Arensi

 

L’esposizione presenta una serie di opere fotografiche che documentano le performance, realizzate tra gli anni novanta al primo decennio del 2000, dall’artista cinese che usa il corpo come forma di espressione per interpretare la realtà.

Il titolo della rassegna è un tributo a Lea Vergine, la prima studiosa italiana che riconobbe alla body art la giusta considerazione storica e critica.

La Galleria Giampaolo Abbondio prosegue nel suo programma di presentare, in vari luoghi espositivi della città di Milano, progetti dedicati a grandi protagonisti dell’arte contemporanea internazionale.

Dopo l’installazione di Magdalena Campos Pons, ospitata nello spazio temporaneo di corso Matteotti, nel cuore del Quadrilatero della moda, dal 20 novembre 2020 al 16 gennaio 2021, nella sede milanese della Galleria Giovanni Bonelli, in via Porro Lambertenghi 6, nel quartiere Isola, si tiene una mostra dedicata a Zhang Huan (Henan, Cina, 1965), uno dei maggiori esponenti dell’arte contemporanea internazionale, a dieci anni dalla sua esposizione al PAC –  Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.

La rassegna, che si tiene in contemporanea alla personale dell’artista al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, ripercorre gli anni di formazione di Zhang Huan tra la Cina e New York attraverso una serie di opere fotografiche che documentano le sue performance più famose, da quelle degli anni novanta fino a My Rome, prodotta nel 2005 dalla Galleria Giampaolo Abbondio, eseguita ai Musei Capitolini di Roma, che chiudeva di fatto la sua stagione performativa, per lasciare spazio alla progettazione di installazioni su grande scala.

Giocate sul confine tra Oriente e Occidente, le performance di Zhang Huan esplorano il corpo come incontro e scontro di diverse culture e temporalità. Prendendo inspirazione dall’immaginario popolare cinese e da elementi delle filosofie orientali a lui vicine, l’artista reinterpreta queste mitologie e indaga il potere dei rituali nella formazione e demistificazione dell’identità.

Ne sono un esempio le fotografie – che si trovano in esposizione – della serie Family Tree che documenta la performance in cui Zhang Huan aveva chiesto a tre calligrafi di scrivere sul suo volto in ideogrammi cinesi, miti e divinazioni della tradizione popolare cinese, dalle prime luci dell’alba fino a sera. Nel corso della giornata l’iscrizione di questi racconti aveva tramutato il viso dell’artista fino a renderlo irriconoscibile: al calare della notte, il volto di Huan, diventato completamente nero, simboleggiava l’impossibilità di definire un’identità precisa.

Il percorso prosegue con To Raise the Water Level in a Fishpond, in cui l’artista insieme a una quarantina di persone si immergeva nell’acqua di uno stagno tendando di alzarne il livello dell’acqua, per trascendere il significato di un detto cinese, secondo il quale un singolo individuo non poteva influenzare l’ambiente circostante, dimostrando come una comunità riunita per una causa comune possa fare la differenza, quindi con 3006m3: 65Kg realizzata nel 1997 al Watari Museum di Tokyo, dove ‘3006 m3’ indicava il volume totale del museo giapponese e ‘65 kg’, il peso dell’artista. Legato alla struttura da centinaia di tubi usati per le trasfusioni di sangue, Zhang Huan cercava di abbattere il museo, uno dei simboli della civiltà moderna, ricevendo in cambio di essere sbattuto indietro verso le mura dello stesso museo, dalla tensione elastica dei tubi.

Passando per Window (2004, Shanghai) con l’artista cinese che inscena una relazione, al limite dell’intimità spinta, con un asino, la mostra si chiude idealmente con My Rome, dove il corpo diventa tramite tra la cultura tradizionale cinese e l’occidente, rappresentando il suo incontro con le statue della Roma antica conservate nei Musei Capitolini. In questa performance, Zhang Huan si relaziona con il Marforio, l’enorme scultura marmorea di epoca romana, risalente al I secolo d.C., raffigurante una divinità fluviale, utilizzata come immagine promozionale de La grande bellezza, il film premio Oscar di Paolo Sorrentino.

Il titolo della rassegna è un tributo a Lea Vergine, la prima studiosa italiana che riconobbe alla body art la giusta considerazione storica e critica.

Zhang Huan – Cenni biografici

Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Pechino, alla fine del secolo scorso ha preso parte alla scena avanguardista cinese, dedicandosi alla performance come pratica artistica radicale. Profondamente legato alla filosofia orientale, usa il proprio corpo, rigorosamente nudo, mettendone alla prova la capacità fisica ed emozionale di resistenza, come nella performance che lo ha reso famoso, 12m2 (1994), nella quale con il corpo ricoperto di miele rimane immobile per un’ora in un bagno pubblico infestato da mosche e insetti.

Il corpo è la prova della sua identità ma anche una modalità di linguaggio, di espressione e comunicazione immediata. Nel 1998 si trasferisce a New York; qui le sue performance divengono più elaborate, metaforiche e rituali, ampliandosi a un numero sempre maggiore di partecipanti con i quali affrontare in maniera collettiva la problematica dell’identità culturale, del dialogo Oriente-Occidente; tra i lavori più importanti si ricordano, nel 1999, My America (hard to acclimatize), nel 2003, Fifty stars, nel 2004, My Sidney e, nel 2005, My Rome, prodotta dalla Galleria Giampaolo Abbondio e realizzata ai Musei Capitolini di Roma.

Nello stesso anno ritorna in Cina, a Shanghai, e comincia un’altra fase del suo lavoro rinunciando alla performance e dedicandosi alla progettazione di installazioni su grande scala come 100 sages in a bamboo forest (2008) e Dawn of time (2009), a progetti di arte pubblica, tra cui Three heads six arms realizzata a Hong Kong nel 2011 e alla pittura degli Ash paintings, quadri dipinti con la cenere dell’incenso raccolto nei templi.

Exhibition Views

Photo-credits: Antonio Maniscalco