Galleria Giampaolo Abbondio

Galleria Giampaolo Abbondio – Via Giuseppe Garibaldi, 7 – TODI (PG)

Opening: 26 settembre, 12.00-19.00

Orari: dal lunedì alla domenica, 13.30-19.30

Comunicato stampa

[…] s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.” Alessandro Manzoni

È l’immagine con cui Manzoni definisce la fragilità di Don Abbondio di fronte alla forza, al potere, alla violenza del mondo. Ma il vaso di coccio non è solo debolezza: è contenitore, memoria, gesto arcaico, forma primaria dell’abitare umano. È ciò che resiste non per durezza, ma per cura, attenzione, tempo.

La mostra assume questa immagine come una metafora rovesciata: oggi, in un sistema dell’arte spesso dominato da materiali industriali, narrazioni assertive e logiche di affermazione, emergono forme fragili, porose, destinate a mutare o a sgretolarsi. Ceramica, terracotta e terra cruda, sale, resina e altri materiali vulnerabili non si presentano come alternative decorative, ma come atti poetici, spirituali e politici. Apparentemente fragili, queste materie custodiscono il fuoco o la dissoluzione, assorbono il tempo, registrano la pressione, conservano il segno della mano e del corpo che le ha generate.

Le opere in mostra non cercano di competere, abitano piuttosto una condizione esposta: quella di ciò che può rompersi, consumarsi, trasformarsi. In questa vulnerabilità dichiarata risiede una forma di resistenza silenziosa, che rifiuta la retorica della forza e afferma un’altra possibilità di durata. Lo spazio espositivo è concepito come una costellazione: lungo le pareti e nello spazio, lavori di artiste e artisti appartenenti a generazioni e pratiche differenti convivono in un dialogo fatto di prossimità e distanza, di consonanze e attriti. Il vaso si configura come una soglia – tra interno ed esterno, tra vuoto e pieno, tra fragilità e permanenza – e diventa metafora di una pratica artistica che non impone la forma, ma la custodisce, accogliendo e assorbendo tensioni.

A Todi, città di stratificazioni e silenzi, il progetto trova una risonanza particolare: lontano dai grandi centri, il “vaso di coccio” non è marginale ma centrale, capace di custodire un tempo diverso e una misura più intima, in cui la materia può emergere con maggiore evidenza.

A cura di Matilde Scaramellini