Galleria Giampaolo Abbondio

Andrei Molodkin

Galleria Giampaolo Abbondio – Piazza Giuseppe Garibaldi 7 – Todi

4 April – 14 June | 13.30 – 19.30  

 

CS Molodkin

FIRE è un progetto concepito da Andrei Molodkin appositamente per il contesto umbro, pensato come un dialogo serrato tra l’energia critica dell’arte e il respiro lungo della storia.

Le opere, inedite, sono offerte allo sguardo senza anticipazioni, lasciando che l’esperienza diretta ne riveli la densità.

La ricerca di Andrei Molodkin (Boui, North Russia, 1966) si muove da tempo attorno all’idea dell’arte come archivio del potere. I materiali che ne caratterizzano la cifra espressiva diventano strumenti per rendere visibili le tensioni contemporanee: il petrolio come metafora della geopolitica globale, il sangue come traccia delle vittime “invisibili” dei conflitti economici, sociali e militari; i sistemi di pressione idraulica, le azioni partecipative, proiezioni e strutture trasparenti modellate come loghi e icone culturali, mettono in scena la relazione tra arte, capitale, mercato e violenza.

In questo senso Todi, con la sua stratificazione millenaria di bellezza e memoria, non è soltanto uno sfondo ma una condizione di “possibilità “del lavoro di Molodkin.

Se già nell’Ottocento Jacob Burckhardt raffigurava lo Stato rinascimentale come un’“opera d’arte” – i tiranni, privi di legittimità, ricorrevano alla bellezza per fondare simbolicamente la propria autorità, trasformando l’estetica in strumento politico e forma di ordine – l’intervento di Molodkin sembra insinuarsi in questa genealogia per rovesciarla: non per ingentilire l’immagine di ogni forma di potere, ma per esporne l’infrastruttura materiale.

In linea con l’intuizione di Theodor Adorno – secondo cui l’arte è politica proprio quando rifiuta la propaganda – Molodkin non offre soluzioni né consolazioni; le sue opere funzionano piuttosto come sistemi pressurizzati che svelano la dipendenza dell’arte e della società dalle logiche economiche.

Se nel Rinascimento lo Stato si fa arte per legittimarsi, in Molodkin l’arte si fa Stato per smascherarlo.

E se nel mondo classico la bellezza coincide con l’ordine, qui l’estetica si manifesta come attrito.

Negli ultimi anni, questa posizione dell’artista russo si è fatta ancora più radicale: non metterà in discussione soltanto i simboli del potere, ma anche la presunta neutralità dello spazio espositivo.

Emblematico è il progetto Dead Man’s Switch, in cui opere di particolare valore di celebri artisti vengono rinchiuse in un bunker con la minaccia di farlo esplodere se non fosse stato liberato Julian Assange, allora prigioniero politico.

Con FIRE, Molodkin introduce uno scarto significativo.

Pur ispirandosi a fatti realmente accaduti e a luoghi riconoscibili – l’autore afferma che storia e realtà contemporanea sono gli effettivi “autori” delle opere del ciclo esposto in FIRE – le immagini raffigurate vengono “raffreddate” da un segno ripetuto e da un medium volutamente elementare: la biro. Il blu della penna a sfera non è soltanto scelta cromatica ma codice perché colore amministrativo, burocratico, notarile: richiama la scrittura dei documenti ufficiali, delle firme, di chi registra e ordina, delle dichiarazioni di guerra e dei trattati economici.

Il disegno diventa così una forma di contro-documento.

La superficie cartacea è attraversata da trame fitte e campiture compatte, da linee che si sovrappongono fino a saturare lo spazio. L’accumulazione del segno trasforma il gesto ripetuto in atto quasi performativo e l’immagine emerge da una densità grafica che non è solo visiva ma concettuale. Un’omogeneità rotta, a volte, solo da uno destabilizzante punto rosso.

Molodkin non costruisce una narrazione, ma un campo di energia visiva che evoca tanto la stratificazione del capitale quanto la sedimentazione della memoria storica. In assenza del petrolio reale, è proprio il blu a diventare metafora fluida: una materia che invade, riempie, occupa.

La radicalità non passa più attraverso la spettacolarità dei materiali o delle azioni, spesso borderline, privilegiando un gesto apparentemente anti-eroico: la concentrazione grafica, la densità monocroma della superficie.  

Oggi – con FIREMolodkin sembra percorrere una via più silenziosa, analitica e forse, per questo, più inquietante; una dimensione critica più sottile, allusiva, quasi una interiorizzazione della dimensione politica della propria poetica dell’attacco.

Giusy Caroppo